Lo zar e la ballerina

Lo zar e la ballerinaAutore: Heinz G. Konsalik

Nel romanzo Lo zar e la ballerina (Es blieb nur ein rotes Segel, 1980) viene ricostruita la passata amicizia tra lo zar Nicola II e la ballerina Matilda Feliksovna in un arco di tempo che va soprattutto dal Lago dei cigni (1895) alla Rivoluzione d'ottobre (1917). Tra i personaggi storici presenti nel romanzo il coreografo Marius Petipa ed Enrico Cecchetti. I balletti via via rappresentati (con la Feliksovna protagonista) sono Coppelia, La bella addormentata, La bajadère, Raymonda, Le corsaire, La silfide e ovviamente Il lago dei cigni di cui va in scena la prima. Memorabile, nelle pagine iniziali, la frase che motiva il passaggio di Tamara Jegorovna da étoile a direttrice della Scuola imperiale di ballo di Pietroburgo: «Mi sembra che le mie piroette diventino più lente e che i mie salti siano sempre meno alti. Ho ormai quarantasei anni. Bisogna sapere smettere».

Dalle pagine iniziali:
«Dianora riattraversò la piazza, salì su un tassì, ordinò:
– Al Teatro Lirico.
Giunse che le prove erano cominciate e il capocomico le diede una solenne lavata di testa. Ella scrollò le spalle, andò nel suo camerino, si mise in succinto costume. E quando apparve, così bella, seminuda e sfrontata, il direttore d'orchestra, guardandola, pensò:
"Tira schiaffi da un chilometro di distanza, ma è proprio bella".
Attaccò il pezzo che Dianora doveva ballare. E quella ballò, di malavoglia, sbagliando il tempo, esagerando i gesti, iniziando i passi di punta e ricadendo poi, subito stanca, sui talloni. Il capocomico, che la guardava, sorrideva. Egli capiva bene che Dianora era una prima ballerina mal riuscita; capiva bene che, se un anno prima quella fanciulla poteva essere stata una buona danzatrice, ora faticava a sostenere i più semplici passi classici. Tuttavia, si rendeva conto che quel bel corpo aveva più successo di un ballo ben eseguito e ben interpretato. Disse quindi alla bella danzatrice:
– Hai il nervoso nei piedi, oggi, tu: Riposa, e domani vieni meno stanca a lavorare. Mi pare che ti regga sulle punte come un'anitra…
Le ragazze del corpo di ballo risero in sordina».


Ed ecco il momento, che più rosa non si può, della lezione di Vilfredo alla contessina Vasco:
«La contessina Vasco era in piedi, minuta, agile, snella, ma tutta morbida nelle delicate forme. E la sua testolina bruna, fiera e bella, il suo volto olivastro, dove splendevano i grandi occhi grigi, parevano pervasi dalla gioia che inondava la giovane donna.
– Non sono troppo piccola per rivestire gli abiti d'una ballerina di danze classiche?
– Voi siete piccola, ma così proporzionata che potete sembrare alta. E del resto, le ballerine troppo alte non appagano l'occhio.
– Mi consolate! Le parole d'un esteta fanno sempre piacere.
– Grazie, ma venite, cominciamo…
Prese la mani della donna, la guidò. La bruna Vasco danzava con leggerezza estrema; se la sorte non l'avesse fatta nascere ricca e nobile, avrebbe potuto aspirare al ruolo di danzatrice e mantenerlo con onore. Ballando pur discosta dall'uomo, ella s'abbandonava tutta, e i suoi magici occhi grigi non lasciavano un istante il bel viso pallido di Vilfredo Pons. Egli sentiva su di sé quegli occhi, , sentiva l'ardore che bruciava le vene della giovane contessa e ne provava più dolore che piacere. Troppe donne di ogni ceto e di ogni età lo avevano guardato a quel modo; troppe donne gli si erano abbandonate tra le braccia a quel modo. E troppo egli amava Dianora, per non provare in quell'abbandono femineo risentimento anche per colei che amava».