La vagabonda

La vagabondaAutore: Sidonie-Gabrielle Colette

Nel romanzo La vagabonda (La vagabond, 1910) Renée, la protagonista, stanca di essere tradita e insoddisfatta del mondo "tutto apparenze" che la circonda, lascia il marito, la casa e la sua condizione borghese e si mette a fare la ballerina da caffè-concerto. Girando di città in città con i suoi compagni di lavoro raggiunge la serenità. E quando un uomo s'innamora di lei e le propone di mollare il teatro e diventare sua moglie, lei sceglierà la libertà fuggendo "libera e vagabonda" per sempre. Nella bella traduzione di Anna Banti (Mondadori 1953), alcuni passi del romanzo.

La prima volta di Renée danzatrice
«Coraggio tocca a me. La mia piccola pianista rachitica è al suo posto. Avvolgo con una mano che l'emozione rende nervosa il velo che costituisce quasi tutto il mio costume, un velo rotondo viola e blu che misura quindici metri di circonferenza… Sulle prime non distinguo nulla attraverso la grata della mia gabbia di garza. I miei piedi nudi sensibili tastano la lana corta e dura di un bel tappeto persiano. Purtroppo non c'è ribalta.. Un breve preludio sveglia e torce la crisalide bluastra che rappresento, scioglie lentamente le mie membra. A poco a poco il velo si apre, si gonfia, vola e ricade, rivelandomi agli occhi di quelli che sono lì, che hanno interrotto, per guardarmi, il loro dannato chiacchiericcio. Li vedo. Mi malgrado li vedo. O fiamma protettrice, chi potrebbe costringerti a sprizzare sotto i miei passi! Danzando, strisciando, rigirandomi , li vedo, li riconosco. C'è in prima fila…».

Danza & povertà
«Cosa farà Stéphane, il ballerino, quando respirerà col suo ultimo polmone, quando non danzerà più, quando non andrà più a letto con le pietose donnine che gli pagano dei sigari, delle cravatte, degli aperitivi? Quale ospedale, quale asilo accoglierà la sua bella carcassa vuota? Ah, come tutto questo è poco allegro».

Renée, la danza e la sua idea di danza
«Via, via! Sono troppo lucida stasera e se non mi riprendo la mia danza ne patirà. Danzo, danzo… un bel serpente si arrotola sul tappeto persiano, un'anfora egiziana si piega versando un fiotto di capelli profumati, una nuvola si alza e vola via, tempestosa e blu, un animale felino si slancia, ripiega, una sfinge color di sabbia bionda distesa, si affaccia sui gomiti, i reni retratti, i seni tesi. Non dimentico nulla. Mi sono ripresa. Via, via quella gente esiste? No, no, di vero non c'è che la danza, la luce, la libertà, la musica. Di vero non c'è che ritmare il proprio pensiero e tradurlo in bei gesti. Un solo arcuarsi dei miei reni che ignorano la costrizione non basta a insultare quei corpi compressi da un lungo busto, impoveriti da una moda che li esige magri? Posso fare ancora di più che umiliarli: voglio per un solo istante, sedurli. Ancora qualche sforzo, e già le nuche cariche di gioielli e di capelli mi seguono con un vago ondeggiare obbediente. Ecco che si estingue in tutti quegli occhi, la luce vendicativa, ecco che cedono e sorridono, insieme, tutte queste bestie incantate. La fine della danza, il rumore molto discreto, degli applausi, rompono l'incanto».

Un accenno, due anni prima, al fauno di Nijnskij
«Da qualche giorno proviamo, Brague ed io, una nuova pantomima. Ci sarà una foresta, una grotta, un vecchio troglodita, una giovane amadriade, un fauno nel fiore degli anni. (…) Continuiamo a provare. Ora sono le Folies a darci asilo al mattino; oppure l'Empyrée-Clichy ci presta, per un'ora, il suo palcoscenico; così vaghiamo ancora dalla birreria Gambrinus, avvezza agli scoppi di voci del complesso Baret, alla sala di danze Cernuschi».

La vita dura di chi danza
«Nimes, Montpellier, Carcassone, Toulouse… Quattro giorni senza riposo e quattro notti. Arriviamo, ci laviamo, mangiamo, lavoriamo, danziamo al suono di una orchestra mal sicura e che decifra a stento le note, ci corichiamo – ne vale la pena? – e ripartiamo. Dimagriamo per la fatica ma nessuno si lamenta: l'orgoglio avanti tutto! Cambiamo di music-hall, di camerino, di albergo, di camera, con una indifferenza di soldati in manovra. La scatola del trucco si squama e mostra la latta. I costumi cedono ed esalano, smacchiati alla svelta, con la benzina, prima dello spettacolo, un odore stantio di cipria e di petrolio».