Misia

Misia SertAutore: Misia Sert

Nata col cognome Godebska, la mecenate Misia Sert è il trait d'union tra Belle Epoque e anni Venti. Ormai cieca, detta le sue memorie che escono postume, nel 1952 col titolo Misia, edite da Gallimard. La prima edizione italiana (Adelphi edizioni) è del 1981. Queste memorie sono strapiene di riferimenti a personaggi come Mallarmé, Diaghilev (a lui sono dedicati i capitoli 17, 18 e 21, quest’ultimo sulla sua morte), Debussy, Stravinsky, Lifar e alla danza in genere. Eccone alcuni nella traduzione di Nancy Marotta.

Infanzia
«Lo scalone ci serviva anche per dare degli spettacoli. Allora, a piedi nudi, mi trasformavo in ballerina e inventavo instancabilmente delle danze, partendo dal pienerottolo e atterrando al pianterreno.
(…) Una volta alla settimana avevamo lezione di buone maniere. Il professore era un vecchietto armato di un violino in miniatura che ci insegnava le riverenze, il valzer e la quadriglia».


Diaghilev, Picasso e Stravinsky
«Il periodo rosa seguì quello blu, poi venne quello dei donnoni grassocci e l'incontro con li teatro grazie a Diaghilev, per il quale fu fatta la deliziosa scenografia bianca e rosa del Tricorne e l'indimenticabile sipario di Parade. Sapientemente introdotto da Paul Guillaume, Picasso entrò nel cervello e nel salotto delle persone intelligenti tra l'arte negra e il doganiere di Rousseau. Fu così che le signore del bel mondo passarono allegramente, di punto in bianco, da Jacques-Emile Blanche a Picasso e da Reynaldo Hahn a Stravinsky».

Renoir e i Ballets Russes
«Quando volevo far piacere a Renoir, lo portavo agli spettacoli di Diaghilev. S’era innamorato dei Ballets Russes e aveva per Serge una grandissima ammirazione. Quando veniva cercavo di avere il palco vicino alla scala, perché il suo trasporto non fosse troppo complicato. Si metteva lì tutto impettito, col suo berrettino, e non perdeva un attimo della rappresentazione, divertendosi come un bambino. La Karsavina, con un’aigrette sulla testa, poteva farlo applaudire instancabilmente. Il carattere orientaleggiante delle scenografie di Bakst e di Benois lo incantava. Schéhérazade, per esempio l’aveva estasiato. E Diaghilev teneva sempre moltissimo alla sua approvazione».