Haka

Haka L’Haka appartiene al popolo Maori i loro maestri ne insegnano i segreti ai giovani, che la imparano fin dalle scuole elementari. E’ l’intero corpo a dover parlare, è una melodia suonata da una orchestra di strumenti speciali: mani, piedi, gambe, corpo, voce, lingua, occhi per dare un senso alle parole di sfida, benvenuto, esultanza e disprezzo. Haka vuol dire semplicemente danza ma anche Ha (soffio) e Ka (infiammare) ossia “accendere il respiro” un significato profondo ed emozionante che deriva dall’origine di ogni individuo.

Forza, coraggio ed energia per una danza di gioia e di pace che viene definita anche un’arte, nel saperla interpretare e nel saper liberare le proprie emozioni. Ognuno quando lo spirito glielo consiglia può usare il Pukana (il dilatare gli occhi) oppure il Whetero (fare la lingua in senso di sfida magari proprio guardando il flanker avversario), Potete (chiudere gli occhi in differenti momenti della danza, fatto solo dalle donne), spazio quindi alla spontaneità e creatività nel dare risalto e forza alle parole, elementi essenziali e primari rispetto alla sincronia dei movimenti.

 

La Ka Mate è il tipo di Haka degli All Blacks, la Peruperu invece è una danza di guerra, necessita dell’uso delle armi ed è caratterizzata nella fase finale da un salto a gambe ripegate. Anche gli All Blacks lo usano alla fine della Ka Mate, probabilmente solo per scenografia e spettacolo, ma ciò fa irritare i puristi.

Storia

HakaSi narra che nel 1820 un importante e ricco capo Maori per sfuggire a dei feroci assassini si rifugiò in un villaggio all’interno di un pozzo Kumara (patate molto dolci che una volta raccolte vengono conservate in un pozzo per poterle manere asciutte) protetto da una donna e da un uomo che all’arrivo degli inseguitori cercarono e riuscirono a far perdere le sue tracce.

“Ka Mate, Ka Mate” (io muoio, io muoio) le parole mormorate dal fondo del pozzo quando gli assassini non credevano alla coppia che indicava loro un’altra direzione.
“Ka Ora, Ka Ora” (io vivo, io vivo) quando udì che si stavano allontanando.
Ancora “Ka Mate, Ka Mate” quando li sentì ritornare dopo pochi secondi e nuovamente “Ka Ora, Ka Ora” quando nel buio capì che gli assassini se ne erano andati definitivamente.

Mentre lentamente risaliva dalla profondità del pozzo, urla dalla felicità “Tenei te tangata puhuru huru nana nei i tiki mai whakawhiti te ra!” (Questo è l’uomo peloso che ha persuaso il sole e l’ha convinto a risplendere di nuovo!). Ancora ebbro di felicità “A Upane, a Upane” (un passo in su, un altro passo in su) mentre continuò a salire.
Quindi gioia e felicità per essere scampato alla morte e per aver rivisto nuovamente il sole e la luce, “Whiti te ra! Hi!” (Il sole splende di nuovo!).
Una volta fuori dal pozzo kumara si mise a danzare dalla felicità ripetendo le parole sussurrate nell’oscurità del proprio nascondiglio.

Gioia quindi, ma anche fantasia pura, simile ma mai uguale, fin dall’inizio il giocatore Maori più carismatico urla e ricorda in maniera efferata il comportamento che i compagni dovranno tenere per far si che venga eseguita con forza, potenza e determinazione. Fissandoli negli occhi dirà loro: Ringa Pakia (Batti le mani contro le cosce), Uma tiraha (Sbuffa col petto), Turi whatia (Piega le ginocchia), Hope whai ake (Lascia che i fianchi li seguano), Waewae takahia kia kino (Sbatti i piedi più forte che puoi).