Nicolas Poussin

Nicolas Poussin Nicolas Poussin
15 giugno 1594 – 19 novembre 1665

Nicolas Poussin (1594-1665) benché francese di nascita, può considerarsi un artista italiano a tutti gli effetti, sia perché in Italia ha quasi sempre vissuto ed operato, sia perché la sua arte è frutto essenzialmente della grande tradizione italiana del rinascimento.

La sua prima attività giovanile avviene a Parigi, influenzato dai manieristi della Scuola di Fontainebleau. Decise quindi di intraprendere un viaggio in Italia. Dopo un periodo trascorso a Venezia, nel 1624 Poussin giunse a Roma e in pratica vi rimase fino alla morte avvenuta oltre quarant’anni dopo. Nella città eterna si è quindi svolta la maggiore attività di Poussin, così come al tempo non era infrequente per molti artisti europei quali il suo connazionale Claude Lorrain che scelse anche lui Roma per svolgere la sua attività artistica.

Poussin, come era d’obbligo per gli artisti di quel tempo, dovette necessariamente confrontarsi con i grandi modelli del secolo precedente, quali Tiziano o Raffaello. E sono proprio questi due artisti a fornire i parametri della pittura di Poussin: da un lato il colore veneto con tutta la sua vitalità e dall’altro la cifra di classica compostezza dell’artista urbinate.

Poussin è quindi un pittore che si muove nell’ambito della tradizione classicheggiante, rappresentando uno dei principali interpreti di questa tendenza molto presente nella pittura seicentesca. Lontano quindi sia dal naturalismo caravaggesco sia dall’eccentrico virtuosismo rubensiano, Poussin è l’interprete di quella tradizione del classico che trova negli artisti emiliani (dai Carracci al Domenichino e a Guido Reni) gli interpreti più ortodossi di quell’eredità classicheggiante della pittura rinascimentale.

Accanto alla sua produzione di soggetto storico e mitologico, notevole importanza nella pittura di Poussin riveste anche il tema del paesaggio. Paesaggio che prende anch’esso la misura della compostezza classica, divenendo la rappresentazione più chiara di quell’atteggiamento aulico o bucolico che gli intellettuali seicenteschi avevano nei confronti della natura.


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